Un ambizioso esperimento nazionale

Un ambizioso esperimento nazionale

22.01.2020

Lo scorso 28 novembre al Palazzo dei Congressi di Lugano è stata riproposta l’opera «Casanova e l’Albertolli», libretto di Guido Calgari (1905-1969) con la musica di Richard Flury (1896-1967), originalmente presentata nell’ottobre 1938 nell’ambito della Fiera Svizzera di Lugano.

Carlo Piccardi — Basata sulla presenza documentata di Giacomo Casanova tra il luglio e il dicembre 1769 a Lugano, ne sono stati interpreti i cantanti Carlo Allemano, Mattia Olivieri, Lavinia Bini, Lucia Cirillo, Marco Bussi, Luigi De Donato, Federico Binetti, il Coro della RSI e l’Orchestra della Svizzera italiana diretti da Diego Fasolis.

Il lavoro si iscriveva nella tradizione del Festspiel che, in quegli anni di nazionalismi minacciosi cresciuti al di là delle nostre frontiere, come forma di spettacolo tipicamente svizzero risalente all’800 e come testimonianza della volontà di indipendenza della nostra nazione, aveva ripreso vigore.

All’epoca l’accoglienza più favorevole venne da «Gazzetta Ticinese» nel sottolineare la collaborazione tra lo scrittore svizzero italiano e il compositore svizzero tedesco, «avvenuta sotto l’insegna di un caldo spirito svizzero e di un profondo attaccamento alla terra ticinese». Superando il pregiudizio verso una scelta compositiva estranea ai canoni della tradizione italiana, il giornale si schierava con la critica svizzero-tedesca che aveva già salutato l’opera come «un’opera svizzera nel miglior senso della parola», riconoscendo in Flury il compositore «che ha dato al pubblico svizzero un lavoro che ha le sue peculiarità nella schiettezza dell’ispirazione, nella dignità stilistica, nell’adesione non esteriore ma intima allo spirito della terra in cui si svolge l’azione». Gustav Renker, critico musicale in quel di Berna, ne indicava l’originalità nel fatto di dover risalire a Mozart per confrontarsi con un compositore di area tede-sca impegnato a dar forma a un’opera in lingua italiana, possibile solo nella trilingue Svizzera e nella familiarità degli svizzeri tedeschi con «il nostro bel Ticino», sottolineando «come il lento solettese si sia abilmente districato nella grazia della lingua italiana al punto da ricavarne motivo d’attrazione attraverso il valore della musica». Il musicologo zurighese Eugen Koller elogiava il significativo passo in avanti dei «cari confederati ticinesi» per il fatto di lasciarsi alle spalle nell’occasione fieristica le abituali rappresentazioni di opere italiane, osando proporre «un’opera svizzera, scritta e composta da due svizzeri, messa in mostra come un proprio prodotto spirituale». Dopo avere rilevato come Flury abbia dimostrato la capacità di essere «melodioso senza diventare banale, ricco di sentimento, ma rimanendo entro le nobili linee maestre», il cronista della basilese «National-Zeitung» manifestava qualche dubbio circa il risultato raggiunto: «In merito alla piacevolezza della sua musica, egli rifiuta quasi in modo timoroso tutti gli effetti a buon mercato e rinuncia anche, forse con dispiacere del pubblico luganese, al bel canto».

La questione rimaneva aperta, in ambito ticinese soprattutto relativamente alla «popolarità» della musica, comunque in relazione allo sforzo messo in atto dalla RSI nella sua re-sponsabilità di ente nazionale, la quale «ha dotato il proprio repertorio di un’opera contrassegnata da un suggello di rara nobiltà artistica, come è apparso a non pochi radioascoltatori» (sottolineava l’estensore del bilancio dell’operazione, pubblicato sul «Radioprogramma»).

Gli aspetti più interessanti riguardano i momenti di confronto tra i personaggi scesi dal nord (il Landvogto von Roll e la visita dei sindacatori confederati) e le personalità locali, nonché nel secondo atto l’ambientazione nella fiera di Lugano, importante appuntamento annuale. Nell’intenzione di Calgari questo è il momento simbolico dell’incontro di due mondi culturali, delle genti provenienti da oltralpe che portano i capi di bestiame da vendere e da scambiare con quelli portati dai lombardi, «intrecciando la canzone al jodel» che Flury ha realizzato musicalmente nell’«Introduzione pastorale», modellata sui moduli coloristici alpini della sinfonia del Guillaume Tell rossiniano, nei salti intervallari dello jodel che a un certo punto si svela nella curvatura del tema popolare di Ora valmagina, in un originale rapporto sincretistico. Il successivo «Canto dei pastori» non solo introduce lo jodel nel coro, ma è disposto dal compositore a mo’ di Ländler nel calcato e rozzo accento contadino.

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