Dalla pergamena al pixel (e viceversa)
La digitalizzazione non rende superflua la critica delle fonti, ma la rende ancora più importante. È questa la conclusione della Summer School che l’Istituto di Musicologia dell’Università di Zurigo ha organizzato quest’anno a Roma.

Ogni anno l’Istituto Svizzero di Roma organizza delle scuole estive presso la propria sede. Quest’anno l’incarico è stato affidato all’Istituto di Musicologia dell’Università di Zurigo. Dal 19 al 24 luglio, Nicolò Ferrari e Inga Mai Groote hanno organizzato un programma variegato che spaziava dalla musicologia alle discipline umanistiche digitali fino alla pratica esecutiva, con workshop, conferenze, dibattiti e un concerto. Il motto era «From Parchment to Pixel and Back»: dalla pergamena al pixel e viceversa. Si è trattato quindi di manoscritti «autentici» e delle loro versioni digitalizzate. Per i dodici dottorandi e docenti delle università di Zurigo, Ratisbona, Lovanio e Pavia è stata una settimana impegnativa e ricca di spunti.
Al centro dell’attenzione c’era una sottodisciplina della musicologia che spesso appare solo come un mezzo per raggiungere un fine: la codicologia, ovvero la descrizione scientifica di manoscritti e stampe storici. Spesso la «studiistica delle fonti» è una materia obbligatoria negli studi di musicologia – dopotutto le fonti sono al centro della ricerca storica –, ma solo raramente è possibile comprendere appieno la portata di questa disciplina come in questa Summer School.
La scienza delle fonti ha dimostrato qui tutto il suo potenziale nella ricerca attuale: continua a evolversi nella pratica, influenza la rappresentazione digitale delle fonti e ha un effetto a ritroso sulla pratica esecutiva. Su questa ricca gamma di argomenti sono stati Lamentazioni di Geremia scelto da Tomás Luis de Victoria come caso di studio centrale. L’idea si è rivelata un ottimo «collante» che ha unito la ricerca sulle fonti, la pratica esecutiva e le questioni relative alla digitalizzazione.
Codicologia: Roma, una miniera d’oro per la ricerca sulle fonti
Per quanto banale possa sembrare: la prima constatazione è stata che le fonti sono fisicamente vincolate. Ciò presenta vantaggi e svantaggi. Come poche altre città, Roma offre una ricchezza di fonti musicali in uno spazio ristretto – non solo in una biblioteca centrale, ma distribuite in tutta la città. Le relazioni dei ricercatori tenute nella villa dell’Istituto Svizzero (Antonio Chemotti, Daniele Sabaino, Katelijne Schiltz, Inga Mai Groote) hanno fornito soprattutto un contesto alle fonti che il gruppo ha in gran parte «scoperto sul campo».
I partecipanti hanno acquisito conoscenze pratiche durante la visita all’archivio della chiesa nazionale spagnola, Santa Maria a Monserrato degli Spagnoli, uno dei luoghi in cui operò Victoria (dove è conservata una copia della stampa della sua musica per la Settimana Santa). In tale occasione, il rettore Don José Jaime Brosel Gavilá ha presentato loro anche i documenti relativi a Victoria. Alla Biblioteca Casanatense i partecipanti hanno potuto sperimentare la materialità delle fonti musicali: manoscritti originali del XVI e XVII secolo, quali libri corali, manoscritti di cantate o canzonieri, hanno offerto l’opportunità di apprezzarne il peso, la consistenza o semplicemente le impressionanti differenze di dimensioni. (Un piacevole effetto collaterale della ricerca d’archivio nell’estate del 2026: il soggiorno in locali quasi sempre climatizzati per la tutela delle fonti.)

Un momento particolarmente significativo è stato l’accesso esclusivo all’imponente Salone Sistino della Biblioteca Vaticana. Dopo essere stati accolti personalmente dal prefetto della Biblioteca, don Mauro Mantovani, i partecipanti hanno potuto esaminare i manoscritti musicali della Cappella Sistina, tra cui una versione manoscritta poco conosciuta della Lamentationes. Hanno però potuto anche ammirare il famoso Codice Chigi, uno dei più splendidi manoscritti musicali del Rinascimento. Quella che avrebbe potuto sembrare una semplice visita turistica si è trasformata in un approfondimento intenso del fondo manoscritti, grazie alle spiegazioni fornite ai partecipanti dalla direttrice della Collezione di manoscritti della Vaticana, Claudia Montuschi, e dai curatori del catalogo della Cappella Sistina, di prossima pubblicazione (Thomas Schmidt, Nicolò Ferrari). Un workshop (Nicolò Ferrari) presso l’Istituto Storico Tedesco ha offerto a tutti i partecipanti l’opportunità di confrontarsi in modo pratico con i manoscritti musicali presenti nella collezione dell’istituto.
Pratica performativa: il caso di Victoria
Questo lavoro è stato messo in risalto su secondo le fonti, con una rappresentazione da secondo le fonti. Parte della Summer School è stato anche un concerto pubblico, che ha registrato il tutto esaurito, con l’ensemble Cantoría diretto da Jorge Losana nella chiesa di Santa Maria a Monserrato. (Con il sostegno delle istituzioni culturali spagnole e delle ambasciate di Spagna e Svizzera presso la Santa Sede). Victoria Tenebrae-I responsori sono stati eseguiti in un’atmosfera molto suggestiva, accompagnando lo spegnimento progressivo delle candele, come da tradizione liturgica.
Il colloquio preliminare con il direttore dell’ensemble nella Sala Dalí dell’Instituto Cervantes ha chiarito che questa ricostruzione scenica, quasi liturgica, era stata realizzata in collaborazione con teologi e musicologi provenienti da diversi paesi europei. Losana ha tuttavia sottolineato che il suo ensemble non ha mai puntato a una ricostruzione «storicamente corretta», bensì a un’interpretazione artistica e ispirata.
Nel workshop tenutosi il giorno successivo tra i partecipanti alla Summer School e l’ensemble è emerso quanto siano strettamente intrecciate l’analisi musicale e scientifica del repertorio e le argomentazioni analitiche, storiche e performative. Si crea così un punto di frizione produttivo, grazie al quale traggono vantaggio sia l’esecuzione che l’interpretazione scientifica delle fonti. L’ensemble ha cantato alcuni brani delle Lamentazioni, a titolo di confronto, sia nella versione manoscritta che in quella a stampa. La discussione al riguardo ha messo in luce le differenze tra uno stile di scrittura più pragmatico e varianti compositivamente più complesse. La versione a stampa documenta probabilmente la versione «migliorata» desiderata da Victoria.
Digitalizzazione: la (in)visibilità delle fonti
Un altro aspetto riguardava la digitalizzazione delle fonti e la loro pubblicazione in ambito digitale. Al centro dell’attenzione, oltre a un workshop pratico sull’editoria digitale (Hein Sauer), c’è stata una tavola rotonda con Ángela Núñez Gaitán (conservatrice capo della Vaticana) e i musicologi Antonio Chemotti (KU Leuven) e Hein Sauer. La discussione ha affrontato le questioni centrali della digitalizzazione: visibilità, accessibilità, tutela delle fonti, nonché esempi di best practice e worst practice. Per la conservatrice Núñez Gaitán, la tutela dei manoscritti a rischio attraverso la digitalizzazione era fondamentale. Per il responsabile del progetto Chemotti, invece, era fondamentale la collaborazione tra le istituzioni per consentire la divulgazione sociale. Secondo le esperienze di ricerca di Sauer, per gli utenti degli archivi il rischio di un accesso diseguale agli originali, a seconda delle dimensioni e delle risorse delle biblioteche, rimane un problema grave.
Alla fine è emerso chiaramente: ogni progetto o strumento digitale sviluppa il proprio potenziale solo quando si basa sulla conoscenza delle fonti e sulla volontà di renderle realmente accessibili. Un’edizione digitale vale solo quanto la comprensione del manoscritto su cui si fonda; una banca dati è utile solo se accompagnata da una riflessione critica sulla propria genesi. Anche elementi apparentemente indipendenti come le trascrizioni automatiche non sono strumenti neutri. Infatti, raramente i fondi sono già adatti a questo scopo e, anche in tal caso, i dati devono spesso essere rielaborati per essere utilizzabili a fini scientifici. In definitiva, tutti erano d’accordo: la vera massima deve essere «Il lavoro ben fatto richiede tempo». Meglio digitalizzare lentamente e con qualità piuttosto che in fretta e in modo superficiale. Contrariamente a quanto alcuni ritengono, la digitalizzazione non rende superflua la scienza delle fonti, ma, al contrario, la rende ancora più importante.
Nel complesso, questa variegata Summer School ha posto in primo piano il concetto di «and Back», ovvero il ritorno alle fonti, senza però limitarsi a un banale appello «ad fontes». Ha piuttosto offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire le bellezze della codicologia e dei suoi spazi, di prendere coscienza dell’importanza del lavoro sulle fonti per la pratica e di sfruttare i vantaggi della digitalizzazione. Non bisogna trascurare il percorso verso gli archivi, poiché non tutte le fonti sono state ancora individuate o analizzate. La Summer School ha dimostrato che la «scienza delle fonti», da materia obbligatoria, può diventare una materia facoltativa – e che il connubio tra ricerca tradizionale sulle fonti e metodi digitali non solo è possibile, ma è indispensabile per il futuro della musicologia e deve essere integrato anche nell’insegnamento.
